domenica 26 febbraio 2012

G VERSUS G - Scrivere con la luce

Foto Sergio Grispello
Metto subito le mani avanti. Intervisto mio fratello in occasione della recente messa online del suo sito, non una marchetta, ma un'occasione importante di confronto e conoscenza alla luce del poco tempo che ci ha visto insieme. Io e Sergio Grispello non siamo cresciuti insieme, ci siamo osservati da lontano, ci siamo incontrati e pure scontrati. 
Io che imparo a riempire il bianco con il nero, danzo ora con chi dona al nero la sua luce. 

Cosa vuol dire essere fotografo? 
Mostrare al mondo me stesso attraverso le fotografie che realizzo, essere partecipe agli eventi della vita, un modo di comunicare che ha come grammatica il segno e la luce." 

Qual è la fotografia o il fotografo che più di altri ti ha colpito e che in qualche modo ti accompagna? 
Ci sono molte foto, fotografi e artisti che hanno contribuito a cambiare la mia vita e il mio modo di guardare - non ho una sola foto preferita - ricordo con piacere le foto di Will Mc Bride quelle degli anni '60 e '70 dove ritrae e racconta la sua vita e i suoi amici. Queste foto hanno cambiato definitivamente il mio modo di fare foto perché mi diedero il desiderio di avvicinarmi intimamente ai soggetti che fotografavo. Adoro i ritratti di Luis Gonzalez Palma quelli presenti nel lavoro Il Silenzio dei Maya pieni di umanità e orgoglio. Penso spesso al modo di raccontare senza filtri il quotidiano di Michael Ackerman, nel suo ultimo libro Half Life, potrei continuare a lungo in un infinito elenco di fotografie e fotografi fondamentali per la mia vita. 

Foto: Sergio Grispello
Sei nato a Napoli, hai vissuto a Berlino e ora vivi a Barcellona. Tre città importanti, in cosa hanno contribuito a formare la tua sensibilità? 
Per fortuna sono nato a Napoli, adoro la mia città ha una forza incredibile, ricca di contrasti, una luce spettacolare e umanità infinita. In verità non ho vissuto molto a Berlino, ma c'è stato un periodo in cui la frequentavo spesso, lì ho avuto per la prima volta contatti e confronti con il mondo della fotografia internazionale. Barcellona é la città dove ho scelto di vivere - almeno per ora. Anche qui, in mezzo al mediterraneo, sono in un luogo dove gli incontri, gli scambi sono sempre molto ricchi, frequenti e possibili. I luoghi nei quali ho vissuto fin ora mi hanno dato l'opportunità di crescere tanto, prima di tutto umanamente e poi anche come artista e fotografo. 

Fotografare è un'azione che serve a ricordare, oppure serve a liberare un'immagine dal suo buio? 
Per me fotografare é comunicare, é raccontare una storia, 'é scrivere con la luce'.  

Sempre osservando i tuoi lavori è evidente che prediligi il bianco e nero, come mai? 
Preferisco il Bianco e Nero é vero, forse perché mi sembra più umano. Per me é il modo più immediato di pensare alla foto, controllo meglio le luci e il soggetto. Ammiro molto chi lo usa bene.. 

Con la tecnologia che abbiamo a disposizione chiunque può catturare un'immagine. Oggi che ruolo e che senso ha il fotografo? 
È vero che tutti o quasi, possiedono una macchina fotografica - quella di un telefono cellulare - tutti fanno milioni di foto e in ogni momento condividono e archiviano i loro scatti, a che servirà? Da un lato mi entusiasma e incuriosisce che si cerca di comunicare con l'immagine, ma purtroppo quasi sempre vedo foto poco chiare, cioè che non si capisce cosa vogliano dire e foto molto banali. Il ruolo del fotografo per quanto mi riguarda continua ad avere una importanza nella società, fondamentale. Anche in questa era di massiva produzione visiva il fotografo consapevole, sceglie cosa dire attraverso il suo linguaggio avendo un'etica umana e professionale. Un altro aspetto che mi appassiona tanto e l'azione del fotografo occasionale inconsapevole, che documenta, a suo modo e con tutti i limiti tecnici, gli eventi e i cambiamenti del mondo dove viviamo. 

Tra il digitale e l'analogico quale strada senti tua? con quali mezzi lavori? 
Non penso ci sono differenze enormi tra la fotografia digitale e analogica da sempre penso che quello che conta non é il mezzo che si usa, ma la storia che si vuole raccontare. Lavoro con tutte le fotocamere che possiedo o penso possono servirmi dalle usa e getta, alle macchinette giocattolo (le adoro), le polaroid, il foro stenopeico (fotocamere senza lenti ottiche), in pellicola dal 35mm al grande formato fino al digitale. Preferisco gli apparecchi semplici, non pesanti e che quasi non si vedono. Dopo aver perso molti file con i miei lavori, continuo a essere più convinto che, il supporto sensibile che si può toccare con mano, la pellicola, é la cosa più affidabile e utile per il fotografo. In generale preferisco la camera oscura o stare all'aperto con la gente e vedere cosa accade e non lavorare con il computer. 

Fotografo, cuoco e Dj. Cosa hanno in comune queste attività che svolgi con ottimi risultati? 

Queste tre passioni hanno in comune la condivisione delle esperienze e il coinvolgimento dei sensi. Da sempre sono appassionato alla musica, da piccolo studiavo violino con mio nonno, poi ho avuto la fortuna di incontrare persone che mi hanno fatto amare tutta la musica. Quando posso faccio il Dj - dal reggae al tango - creando storie sonore. Impazzisco nel vedere la gente ballare. Mi piace mangiare e bere bene e sono dell'idea che siamo fatti anche da quello che mangiamo, prediligo la cucina mediterranea. Preferisco mangiare in compagnia bevendo una buona bottiglia di vino, mi piace cucinare per gli altri e prendermi cura del gusto. 

Foto: Sergio Grispello
Qual è il tuo prossimo progetto? a cosa stai lavorando? 
Raccontare attraverso le storie minime il Mediterraneo e i luoghi - anche mentali - che stanno cambiando a causa dell'essere umano e realizzarne una pubblicazione (o più di una) che raccolga questo lavoro. In questo momento ho molte idee e tante foto da fare e con la mia sana inquietudine e curiosità alla vita, non penso che mi annoierò nei prossimi tempi.” 

Tra felicità e malinconia saluto il fratellone, strappandogli la promessa di banchettare al più presto insieme, tra immagini, cucina, musica e un grande abbraccio. 

Lo potete trovare: sergiogrispello.com


Francesca Grispello

Parabiago d’Autore 2012 – Percorsi di musica italiana


Torna 'Parabiago d’Autore', la rassegna che l’anno scorso aveva visto protagonisti artisti come Max Manfredi, Paolette, Alberto Fortis e Niccolò Fabi.

La cittadina dell’Alto Milanese, che dista circa 15 chilometri dal capoluogo lombardo, ha deciso di riconfermare la “squadra” dello scorso anno e ha chiamato alla direzione artistica ancora L’Isola della musica italiana che in collaborazione con Le Muse Novae (organizzatrice, tra gli altri, del Premio Bindi) e lo staff dell’Assessorato alle attività ricreative e culturali ha messo a punto il programma di questa nuova edizione.

Come per l’anno scorso quattro saranno i concerti, a partire da sabato 03 marzo, con l’ultimo che si terrà il 16 giugno nella prestigiosa location di Villa Corvini.


Il primo artista scelto per aprire la rassegna è
Zibba, straordinario cantautore ligure che nel 2011 ha raggiunto la sua massima visibilità nazionale suonando in oltre 110 concerti e vincendo due importanti festival: L’Artista che non c’era e il Premio Bindi. A Parabiago si esibirà in trio e sarà anche l’occasione per presentare alcuni brani del suo nuovo album (in uscita tra un paio di mesi). La sua energia, mista ad una scrittura sagace e ruvida, conquista nuovi estimatori concerto dopo concerto.

Secondo appuntamento con
Giua e Armando Corsi, due artisti lontani per età (lui calca le scene da oltre quarant’anni e ha suonato con Paco De Lucia e Fossati, giusto per citarne alcuni…) lei giovane promessa della canzone d’autore ha già alle spalle un album e una finale a Sanremo nel 2008. Li unisce la passione per la chitarra, la musica sudamericana e la voglia di stupire. Presenteranno TrE, il loro ultimo album.


Terzo incontro musicale all’insegna della canzone d’autore targata
Mariella Nava. La brava cantautrice tarantina da oltre vent’anni scrive, canta e suona le sue canzoni con uno stile inconfondibile. Ma è anche autrice di grande spessore quando scrive per i suoi colleghi, come ad esempio Renato Zero al quale regala Spalle al muro o per Andrea Bocelli, star internazionale che ha inciso Per amore, un brano che grazie al bravo tenore toscano ha fatto il giro del mondo. Pianista raffinata dalla voce potente e morbidissima al tempo stesso, Mariella saprà giocare con le parole e con i tasti del suo immancabile pianoforte in uno spettacolo semi-acustico che porterà lo spettatore nel suggestivo mondo della canzone d’autore al femminile.


A chiudere la rassegna sarà - come per lo scorso anno - un concerto “estivo” che si terrà a Villa Corvini. A salire sul palco la formazione dei
Quintorigo, band romagnola che ha ormai superato i quindici anni di carriera, in un percorso musicale costellato di premi e riconoscimenti non solo nazionali. Famosi per il loro sound – tuttora unico – intriso di musica classica e rock (sono tutti diplomati al conservatorio), sono reduci da un anno straordinario che li ha visti vincere il prestigioso Premio Pimi, indetto dal MEI, come miglior gruppo del 2011.


Grandi musicisti in studio, la loro forza però rimane – oggi come con quindici anni fa – la performance dal vivo e c’è da scommettere che il 16 giugno nel Parco di Villa Corvini si vivrà un concerto indimenticabile.

Quattro concerti e quattro modi diversi di intendere la canzone d’autore, capaci di proseguire quel percorso artistico iniziato un anno fa e che punta a radicarsi con ancora maggiore forza nell’area dell’Alto Milanese, partendo proprio da Parabiago.


Tutti gli ingressi sono gratuiti ed iniziano alle ore 21.00

info: redazione@lisolachenoncera.it

mercoledì 22 febbraio 2012

Una suite lunga mezzo secolo il nuovo libro di Donato Zoppo


Venerdì 24 febbraio alla Luidig di Benevento l'autore sannita presenta la sua ultima opera pubblicata da Arcana. Un approfondito saggio sulla storia del rock progressivo dalle origini ad oggi, con prefazione del leggendario Ray Thomas


La Libreria Luidig
è lieta di presentare:

PROG
UNA SUITE LUNGA MEZZO SECOLO



Venerdì 24 febbraio 2012
h. 19.00
Libreria Luidig
Palazzo Collenea - Corso Garibaldi 95
Benevento

Presenta Flavio Ignelzi
 
 
Venerdì 24 febbraio 2012, alla Libreria Luidig di Benevento, Donato Zoppo presenta il suo nuovo libro Prog. Una suite lunga mezzo secolo, con la partecipazione di Flavio Ignelzi, redattore di Salad Days. Pubblicato da Arcana, l'editore più attivo in Italia nel campo della saggistica musicale, è il quinto libro dell'autore sannita, nel 2011 protagonista di uno splendido successo con il suo testo su Lucio Battisti, primo premio alla kermesse Note di carta.

Prog. Una suite lunga mezzo secolo è dedicato al fenomeno del rock progressivo, di cui Zoppo è cultore, dalle sue origini fino ad oggi. Un viaggio nella genesi del "rock di frontiera", di un'esperienza tra rock, musica classica, jazz, folk ed elettronica con i protagonisti King Crimson, Yes, Genesis, Soft MachineVan Der Graaf Generator fino alle più importanti novità degli ultimi tempi. Aperto dalla prefazione di Ray Thomas, flautista e vocalist della leggendaria band inglese dei Moody Blues, il saggio racconta mezzo secolo di progressive rock, cogliendo le caratteristiche principali, il fermento sociale e artistico tra anni '60 e '70, le mutazioni nel corso degli ultimi decenni.

Dal disco-manifesto In The Court Of The Crimson King (1969), debutto dei King Crimson, attraversando il panorama degli anni '70 e dei free festival, dell'avvento new progressive degli anni '80 fino alle nuove tendenze dell'art-rock del nuovo millennio, Zoppo affronta la nascita di un genere nell'Inghilterra appena uscita dalla grande stagione psichedelica, il suo sviluppo grazie ai memorabili contributi dei principali gruppi ma anche al talento delle tante band delle scene nazionali come PFM, Magma, Rush e Can, senza dimenticare gruppi come Echolyn, Dream Theater, Anglagard eThe Mars Volta, artefici in modi diversi del recupero delle forme progressive. Insieme al giornalista Flavio Ignelzi, Zoppo illustrerà ai presenti le caratteristiche principali del genere, utilizzando anche videoclip d'epoca.


Informazioni:

Libreria Luidig:
http://www.luidig.it

Donato Zoppo:
http://www.donatozoppo.blogspot.com

domenica 19 febbraio 2012

Neumi. La musica che lascia il segno


Cantus volat signa manent 
a cura di Davide Riccio
Genesi Editrice
15 Euro 



Conosco Davide Riccio come amante della musica, musicista e sopraffino intervistatore. Come pochi riesce con le sue domande ad essere specchio dell'altro, dove il domandare è l'indicazione di un nuovo orizzonte.
Non mi stupisce quindi che il volume Neumi. La musica che lascia il segno, sia frutto proprio di questa pluralità di orizzonti per la realizzazione e l'interpretazione di brani che vengono scovati nel letto del tempo. Davide Riccio mette insieme un'opera generosa e densa di stimoli, corale eppure con una precisa direzione, mostrando la sua capacità di lasciare il segno senza apparire in primo piano.
Un libro - in italiano e in inglese - con cd allegato, 18 brani per 18 stimoli sonori e visivi.




Francesca
Chi è Davide Riccio?



Davide

Eh, a sapermelo! Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano… per dirla con le struggenti parole di Wislawa Szymborska. Le sia eterna gloria.
 



Francesca
Un libro che raccoglie i segni della musica. Come nasce Neumi?



Davide
In generale sono affascinato dalla storia perduta dell’umanità. Mi piace leggere libri tipo “Le antiche civiltà antidiluviane” di Ian Lawton, e poi Graham Hancock, Zecharia Sitchin, Peter Kolosimo, Erich von Däniken… Sono convinto che l’umanità abbia vissuto altre civiltà anche tecnologicamente progredite, poi perdute. Ma, stringendo il campo, forse farà sorridere, a Neumi ci sono arrivato un po’ per caso mentre mi occupavo di un articolo sul cantante finlandese Jukka Ammondt, che anni fa (lo dico con affetto) ha terribilmente tradotto e cantato Elvis Presley o Jerry Lee Lewis in latino (Quate, Crepa, Rota… Shake, rattle and roll…!) e cose come Blue suede shoes di Carl Perkins e altri classici del rock’n’roll in sumero. 
Ho così scoperto l’esistenza di tavolette babilonesi su cui, con caratteri cuneiformi, erano trascritti anche dei canti, inclusa la musica. È la prima musica che sia mai stata scritta, la più lontana mai pervenutaci anche per intero, come l’Inno di Hurrian (1.200-1.400 a.C.), riproposto in “Neumi” grazie alla ricostruzione fatta dallo studioso americano Joe Monzo e all’ottima interpretazione di Mirco “Ashtool” Rizzi Oscar Mucci. Un altro frammento da tavoletta babilonese del 2000-1700 a.C., in realtà solo una scala sulla quale ho basato una composizione d’atmosfera jazzy dall’effetto un po’ cupo e straniante eppure intimista alla Lynch/Badalamenti (grazie soprattutto ai cori di Marco Barluzzi e Selene Bortot), ho utilizzato io per “Baby Lone”. Ho poi scoperto di tutto, da http://www.schoyencollection.com a dischi favolosi come Musique de la Grèce Antique dell’Atrium Musicae di Eduardo Paniagua… Più del neuma medievale, di cui sappiamo quasi tutto, ero inizialmente attratto da tutto ciò che è praticamente scomparso, per immergermi in quei modi “altri”, arcaici e perduti, di intendere e concepire la musica insieme al problema di tramandarla, di consegnarla agli altri, al futuro. 
In “Neumi” ho comunque usato diversi reperti collezionati dallo storico norvegese Martin Schøyen, a cui ho chiesto l’utilizzo per il progetto. Come scrivo nell’introduzione del libro - se vuoi un po’ da romanzo di fantascienza post-apocalittico -, ho quindi riunito molti musicisti di varia provenienza e di vario genere musicale, tutti accomunati dal gusto e dal desiderio di sperimentare nuovi territori di ricerca, intorno a tempi e modi altri e lontani, rari o perduti per sempre, di fare e tramandare musica. Come uomini del futuro (il che già siamo) che abbiano perso il proprio passato e, ritrovandone tracce misteriose e dimenticate, cerchino di riportarlo in vita in chiave moderna, contemporanea. Ma poi, come dice l’installazione blu al neon di Maurizio Mannucci alla GAM di Torino: All art has been contemporary…




Francesca 
Come hai messo insieme il materiale?



Davide 
Soprattutto basandomi sulla collezione di Martin Schøyen  ma non solo, avendo iniziato subito altre ricerche che mi hanno portato ovunque, dalle partiture-calligramma della ars subtilior all’esagramma di Johann Presbyter del ‘700 e centinaia di proposte di riforma della notazione fino alle partiture alternative del futurismo (Luigi Russòlo per i suoi intonarumori a esempio, riletto nel progetto da Maurizio Pustianaz, in arte Gerstein, e dai suoi sequencer) e della musica elettronica di Bussotti, Xenakis e altri ancora. In Neumi è tra gli altri presente Luca Attanasio, che per altro ha elaborato insieme a Pierpaolo Beretta un sistema microtonale detto esadecafonico (Armodue), basato su una scala equalizzata di sedici note invece che le dodici del temperamento equabile, il che ha richiesto anche a loro un'altra più appropriata semiografia musicale. Quanto al flautista Gregorio Bardini, aveva già inciso Kele Kele di Komitas Vardapet (Cd Komitas) con il pianista Paolo Longo Vaschetto. Un brano così bello che non potevo non chiederglielo in prestito per Neumi. Lui ha studiato i neumi armeni. Krell (con Paola Bianchi e Andrea Marutti) aveva già inciso la sua “Anubi” nel cd “Electronic Music of Dendera”, ispirato alle melodie di strumenti musicali e sonorità (chissà, forse, elettriche) degli antichi egizi di Dendera. Anche Marino Josè Malagnino e il Pss… Pss… Psss… Ensemble (qui composto da Teo Pace, Bruna Samele, Edi Leo, Pino Montecalvo e Stefano “Philippo” Sperandii) avevano già registrato il brano che poi ho rielaborato e ribattezzato Chironomia e Oralità. In effetti lui aveva girato l’Italia e l’Europa per un anno cercando di luogo in luogo musicisti da radunare intorno all’idea di improvvisare sulla base di quel che suggeriva loro nell’orecchio e attraverso la gestualità: quasi come i chironomi greci o egizi.
Il resto è stato da me richiesto o commissionato. Ci sono voluti quattro anni. Non mi piace dare scadenze. A parte le immagini e qualche notizia storica ho inoltre dato, come si suol dire, carta bianca.


Francesca 
Come hai scovato gli artisti? 


Davide
Da collaborazioni precedenti o in corso come musicista, oppure man mano che acquisivo dischi di artisti per i miei articoli e le mie interviste ( www.kultunderground.org) Ho coinvolto, anzi, si sono coinvolti gli artisti che sentivo più consoni per questo progetto.


Francesca
Il neuma "ossia segno, cenno, è un antico segno della notazione musicale. Fu utilizzato nel corso di tutto il Medio Evo, in particolare nel canto gregoriano." In Neumi però il viaggio si allarga più indietro nel tempo e in aree geografiche diverse. Come hai iniziato e quali difficoltà hai avuto nella tua ricerca?



Davide 
Va detto infatti che in Neumi non ci sono solo partiture musicali antiche, neumatiche in senso stretto, come nell’Inno di Giovanni di Girolamo De Simone, nel Salmo 60 (notazione mensurale francese) di Claudio Milano, Carola Caruso e Stefano Delle Monache; o nel Kyrie eleison di una partitura neumatica scandinava a neumi cosiddetti a testa di martello dei Deadburger; o ancora nel Dies Irae di Joe Raggi (Roulette Cinese) con Luca Urbani e nel Pastor Animarum di Hildegard Von Bingen meravigliosamente rifatto da Leonora (Eleonora Cardellini)... Preziosissima anche la rilettura al violoncello fatta da Zeno Gabaglio della notazione neumatica di “Mi-al har horev” da parte di Oppido Lucano: è la più antica melodia ebraica finora nota che sia mai stata trascritta. 
A queste interpretazioni si aggiungono invece quelle in cui si è anche giocato un po’. Alessandro De Caro, per esempio, ha basato la sua cantata “Kirielle” creando una notazione vettoriale mutuata dalla fisica e dalla matematica, cioè dalla teoria degli insiemi o modello di Ising. A IOIOI (Cristiana Fraticelli) ho proposto di reinterpretare il WOW! Signal, un presunto segnale radio extraterrestre rilevato dal dottor Jerry R. Ehman del SETI nel 1977. Ashtool ha liberamente e intuitivamente interpretato gli ideogrammi di un canto di genere saibara/gagaku, una musica/danza della corte giapponese. Anche Maoro Sanna ha riletto la notazione tibetana Yang-Yig di un manoscritto del diciannovesimo secolo con un glissato che ricorda la notazione usata dal biologo marino Roger Paine per trascrivere e studiare i canti delle megattere. Jacopo Andreini con il suo ensemble (Andrea Caprara Francesco Di Mauro) ha riletto le poche note rimaste di un frammento di papiro egizio del 300 a.C., scritte con lettere dell’alfabeto greco, improvvisando il resto tra free jazz e jazzcore. Giocare con la musica (che non a caso è anche il titolo di un libro scritto da un gigante come Leonard Bernstein) è importante sempre, a qualunque età. 

Anche grazie a internet non ho avuto particolari difficoltà nel reperire notizie, documenti e contatti. Bisognerebbe dare il Nobel a Bob Khan e a Vint Cerf. 



Francesca 
Scovare sistemi grafici di notazione musicale alternativi a quella che noi conosciamo (5 righe e 4 spazi) è un modo per reagire alla contemporaneità della musica liquida?


Davide
Il sottotitolo di Neumi è Cantus volat signa manent; ed è sicuramente una provocazione anche in questo senso. È importante recuperare il segno in anni di perdita delle competenze di lettura e scrittura musicale, contro le agevolazioni e la labilità dell’elettronica, della registrazione sempre più affidata soltanto alle capacità e alla memoria informatica e alla elettricità (non è detto che ne avremo per sempre). Dischi, nastri, cd… per quanto le discoteche di stato si possano sforzare di conservare in condizioni ottimali, non è detto che dureranno più di una incisione su pietra o su argilla, o perfino della memoria “orale” da maestro ad allievo (come nella musica per launeddas). Non è infatti detto che la nostra cultura possa continuare in eterno. I nostri supporti potrebbero diventare ancora più illeggibili di un carattere cuneiforme se, per qualche motivo, venisse meno la nostra attuale civiltà… Prova a immaginare uno Champollion davanti a un geroglifico della stele di Rosetta e poi un futuro studioso equivalente davanti ai pits e lands di un frammento di disco di policarbonato… Sempre che il policarbonato si conservi tanto a lungo quanto una pietra… 
Ti confesso però che sono nondimeno molto grato alla “musica liquida”. Fare un disco era già difficile una volta; oggi – a meno che non venga autoprodotto – anche peggio. Divulgare, anche gratuitamente, la propria musica per un musicista può essere un aspetto molto importante.


Francesca 
C'è qualcosa in comune tra un frammento di papiro egizio del 300 a.C e la composizione del futurista Luigi Russòlo? 


Davide 
Il bisogno di immortalità, di ampiezza, di condivisione e socialità contro la transitorietà, la finitezza e la solitudine della condizione umana.


Francesca 
Qual è stata, se c'è stata, una interpretazione che più di altre ti ha emozionato?

Davide 
Mi hanno tutte ugualmente emozionato. Ogni restituzione mi emoziona. Mi ha emozionato soprattutto la condivisione fin da subito seria ed entusiasta da parte di tutti per un progetto che è stato da subito percepito originale, affascinante. Ho poi un debole per ciascuna composizione… Sono tutte così diverse! Il maestro Girolamo De Simone mi ha però anche commosso. Nel giorno del mio compleanno mi ha donato un anteprima in videoclip su YouTube dell’Inno di Giovanni (da Guido d’Arezzo) improvvisato alla spinetta. La sua interpretazione, direi quasi impressionista, dell’Inno a San Giovanni di Paolo Diacono, le cui sillabe Guido Monaco usò per denotare e nominare gli intervalli dell'esacordo musicale, ponendo le basi della solmisazione, è splendida. Avere una sua esecuzione (al piano, quella definitiva) in chiusura è... come si dice jewel-bright…? Ecco, sì, una gemma splendente. 



Francesca 
Com'è nata la collaborazione con Genesi Editrice?


Davide
Conosco la Genesi editrice e Sandro Gros-Pietro dal 1982. È stato il primo editore (ma è anche un bravo poeta e un fine critico) a pubblicare le mie poesie nel 1985 e con lui ho anche pubblicato la raccolta “Povertissement” nel 2006. Ho collaborato per anni anche alla sua rivista di letteratura “Vernice”. Nasce insomma da trent’anni di amicizia e di stima da parte mia per la sua casa editrice, che da sempre stampa libri di qualità; da parte sua per il mio lavoro. Occorre però fare qualche precisazione. Il disco è stato prodotto da Ashtool con la sua Into my bed records. Il libro si è reso necessario per la grande quantità di immagini e di testo esplicativo, sia in italiano, sia in inglese (grazie alla traduzione di Paul Beauchamp, musicalmente noto come Gullinkambi). Un booklet non sarebbe stato sufficiente. E poi credo, in epoca di crisi del disco, nell’opportunità di creare dei begli “oggetti” appetibili, durevoli, insostituibili rispetto alla facile reperibilità smaterializzante e intasante della musica liquida, e pace alle teorie pur vere di Zigmunt Bauman. Il libro l’ho autoprodotto io rivolgendomi quindi alla Genesi editrice e ad Alessandro Casini dei Deadburger, che di professione fa il grafico (kane.it, creative graphic lab), per l’impaginazione. 


Francesca 
Quando nasce la tua passione per la musica? è stata una lunga frequentazione oppure una folgorazione? 


Davide
Vediamo… A undici anni ho scoperto David Bowie e ho pensato: ecco, io sono così, voglio fare come lui… Mi ha fatto prendere la chitarra in mano e cantare le mie prime canzoni. O forse nasce a nove anni con Radio Activity dei Kraftwerk: quello era il futuro! Quello ero io! E tutto lo space rock di quel periodo… O forse a sei sette anni con un disco delle più belle pagine di musica russa (Borodin, Mussorgskij, Kachaturian, Cui, Rachmaninov, Rimskij-Korsakov…) e coi dischi di mia sorella, Suzi Quatro e gli chansonniers (Brel, Brassens, Moustaki, Polnareff…) O forse a due tre anni con Roby Crispiano e i Folks… A piedi scalzi. Mia madre dice che facevo il verso per chiederle di mettere il disco e in qualche modo poi lo “ballavo” con gioia. E allora… eh eh eh eh… Io facevo solo gli “eh”… O forse è stato nel grembo… Mia madre cantava, ascoltava molto la musica e comprava un mucchio di dischi. Mio padre suonava diversi strumenti. O nelle vite precedenti? Mmm… mi perdo. Non so… Sicuramente una lunghissima frequentazione. Non ho mai avuto il coraggio di contare quante siano le migliaia di dischi che ho in casa. Mi mette ansia solo pensarci. 

Francesca Qual è stato l'artista che ha trasformato il tuo modo di ascoltare/sentire?



Davide 
David Bowie e Kate Bush su tutti, ma anche Brian Eno e i Beatles. Anche i primi Pink Floyd (il lato A di Atom Heart Mother in particolare) e i Roxy Music. E poi Stravinsky, Ravel, Debussy, Bartok (gli archi dell’adagio del Piano Concerto n. 2 mi rapiscono ancora oggi) e lo Šostakovič dei Preludi e fughe o del Cello concerto n.1, un disco che ho letteralmente consumato, come anche il Concerto degli Angeli di Hindemith dal Mathis der Mahler… Poi i Japan e David Sylvian. Gli italiani sono venuti dopo, soprattutto Battiato, Faber, Alice, Paolo Conte, il Battisti periodo Panella… Notevoli anche i Matia Bazar degli anni d’oro. L’ultimo disco che mi ha scosso e sconvolto di pancia, di cuore e di testa è stato Outside di Bowie… Da allora nient’altro ha più avuto lo stesso effetto. 


Francesca
Quando Platone morì, gli trovarono sotto il cuscino una commedia di Aristofane, quasi a dimostrare che la filosofia e la vita hanno bisogno del sorriso. Anche la musica si serve del sorriso?

Davide
In un universo senza scopo, tutto è uguale e nulla vale la pena di un serio pensiero. Non ci resta che cogliere ciò che preferiamo e sorridere… scrisse H.PLovecraft. La musica si serve, deve servirsi anche del sorriso, fosse anche un sorriso triste o amaro. Una musica che sorrida è però più difficile da individuare a prescindere dalla persona e dal momento molto soggettivo in cui vive e ascolta. Il primo a farmi sorridere, in vari modi, fu senz’altro De Andrè. Amaramente o compassionevolmente anche Leonard Cohen


Francesca 
Scrive Dumal: "Lo stile è l'impronta di ciò che si è in ciò che si fa." Definisci il tuo.




Davide 
Ho un bisogno inappagabile di conoscere. Quanto allo stile, non so poi bene di quali qualità e significati io sia il portatore fino a quando non siano gli altri a dirmelo. E anche allora non ne sono sicuro…


Francesca 
Un libro, un disco, un piatto e una città e perchè? 


Davide 

Torino è la mia città. Torino è una città straordinaria, regale, misteriosa, ricca di inizi e di “iniziati”, di storie e personaggi più di ogni altra per me; è ricca di segreti e sinapsi che secondo me la innervano a qualunque altra parte del mondo e a qualunque punto della storia umana. Ma non te lo fa vedere subito, né mai lo scopri se non con amore e con fatica. C’è un gioco che faccio spesso mentalmente quando passeggio: penso a una cosa e cerco tutte le associazioni che mi riportino alla mia città. Non so, ti faccio qualche esempio… Indiani d’America, colonizzazione francese del Canada, Irochesi, reggimento dei Carignano in Canada nel 1667, fregio raffigurante una testa di indiano sulle finestre del piano nobile di Palazzo Carignano… Oppure: Nilo… il fiume Eridano, le origini egizie di Torino secondo Emanuele Tesauro e altre fonti antiche, il mito di Fetonte e la storia di un presunto faraone Phaeton col suo carro in corsa finito nel Po (una storia, che se vuoi, può portare perfino al Diluvio Universale per alcuni), la fontana dei Dodici Mesi al Valentino… O viceversa, partendo da una cosa che vedo per Torino… 

Un disco? Uno qualunque di Kate Bush, oppure Heroes… Ma se cito Bowie poi non smetto. Almeno la trilogia berlinese. 


Un libro? Oggi leggo quasi esclusivamente saggi, soprattutto storici, geografici, scientifici e artistici. Adoro allo stesso modo collezionare e guardare documentari. I romanzi non riescono più a darmi le sensazioni profonde che provavo da giovanissimo alle prime scoperte. I primi romanzi avevano un fascino che oggi non ritrovo più; penso sia un problema di esperienza di lettore e di età. Tra gli scrittori che più amavo c’erano Hesse, Bioy Casares, Buzzati, Calvino, Pavese, Bernhard, E.T.A. Hoffman, Lovecraft, Edgar Allan Poe, Maupassant, Dostoevskij, Kafka, Kerouac, Burroughs, Bradbury, Phil Dick, Shakespeare e poeti come Rilke, Rimbaud, Baudelaire, Montale… Ancora oggi preferisco comunque i classici. Oppure preferisco il cinema… Departures di Yojiro Takita e “The Turin Horse” di Bela Tarr sono gli ultimi capolavori che ho visto in questi giorni. “Una pura formalità” di Tornatore, un qualunque film di Kubrick, Herzog o quelli che ti ho citato prima valgono ciascuno quanto un romanzo, se non di più. Comunque, se devo scegliere un libro in particolare a rappresentarmi allora penso al tema faustiano, conosciuto da ragazzo in un trattato di Spies. Da ragazzo mi fece molta impressione. Direi quindi di sentirmi vicino al Doctor Faustus di Thomas Mann e al personaggio del compositore Adrian Leverkühn.

Infine un piatto… Amo tutti i vegetali. Adoro scegliere, lavare, tagliare, cucinare il mondo colorato delle verdure. Con la carne e gli animali ho una crescente difficoltà; forse sto diventando vegetariano




Per avere una copia di Neumi:
http://www.discogs.com/Various-Neumi/release/3149615  

oppure: ricciomeister@gmail.com


Francesca Grispello 

venerdì 17 febbraio 2012

Desert Sound volume IV

Il quarto capitolo dell'unica compilation heavy psych made in Italy! 

Realizzata e distribuita da Perkele.it, DESERT SOUND Vol. IV  IN THE MOUTH OF FUZZ raccoglie 25 brani al cardiopalma, il meglio della scena stoner heavy psichedelica e doom italiana. Venticinque gruppi che rappresentano alla perfezione lo spirito del magazine e di una sempre più fitta schiera di appassionati, due dischi che riuniscono schegge fumose e combustive, che vanno dal rock'n'roll bollente e scoppiettante a chitarre liquide e dilatate, ideali per appetitose cene acide. Fuzz sporchi e dissonanti, visioni lisergiche, feedback esondanti e riff schiacciasassi: questi sono gli ingredienti di DESERT SOUND Vol. IV. Un trip vulcanico in una penisola che risolve la crisi a botte di mantra doom e viaggi spaziali.

Ad aprire le danze i Pater Nembrot. A seguire, tra gli altri, band di calibro come Zippo (con Ben Ward from Orange "fuckin'!" Goblin), Space Paranoids,Black Capricorn, Cannibal Movie, Da Captain Trips, Black Rainbows e tanti altri.
La compilation è disponibile in download gratuito digitale (in MP3 a 320 kbps e come file .Iso per il proprio CD personale) con artwork e packaging realizzato da ExLab, basato sui disegni originali dell'illustratore e pittore rinascimentale Jacopo Ligozzi.

Ecco la track-list completa di DESERT SOUND Vol. IV – IN THE MOUTH OF FUZZ:

Disc One:

PATER NEMBROT - The Weaner
KAYLETH - The Survivor
THE WHIRLINGS - Calcutta's Sewers
ANUSEYE - Orb Weavers
MANTHRA DEI - Xolotl
KILL THE EASTER RABBIT - Silent Hour
HERBA MATE - Imargem
THREE EYES LEFT - La Fee Verthe (The Green Fairy)
MUFFX - Voices
SPACE PARANOIDS - Three Lonely Pines
BLACK CAPRICORN - Call of the Goat
CHORIACHI - Birkat Habayit

Disc Two:

THE WISDOOM - The Wisdoom
ZIPPO - Man of Theory (feat. Ben Ward)
CARONTE - Ghost Owl
CANNIBAL MOVIE - Fame
TURBOMATT - Kong Ché
DA CAPTAIN TRIPS - The Merkfolk Ride
THE DALLAZ - Losers
T.H.U.M.B. - Superlover
BONES & COMFORT - Orange Blossoms & Four Swans
ELEPHANTE - Toporagno
GODWATT REDEMPTION - Circles
MR. BIZARRO & THE HIGHWAY EXPERIENCE - Mastodont
BLACK RAINBOWS - Mastermind

Per scaricare e ascoltare basta cliccare:
http://www.perkele.it/desertsound_four.htm
http://perkele.bandcamp.com/album/desert-sound-vol-iv-cd1
http://perkele.bandcamp.com/album/desert-sound-vol-iv-cd2


Let the music do the talking!

www.perkele.it

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